Robert parte da Charleville-Mézières, lasciandosi alle spalle un armadio nero, nel quale ha dormito per 15 anni, ormai distrutto dal padre. Il lettore lo segue insieme ad Isabelle, la donna dalla pelle che risplende come un biancospino, al Cairo, a Dakar e a Tarrafal. Tutti luoghi in cui incontrerà o, semplicemente,verrà notato o sentito da personaggi che sembrano essere stati dipinti per l’occasione(come Téulè racconta di aver fatto con Isabelle), prima che pensati per poi essere messi in parole. La famiglia di Moufid del Cairo, lo zoppetto a Parigi, Paul a Mauritius: perfette interruzioni nella apparente linearità della storia che apportano al racconto il necessario ritmo per seguirne fino in fondo, fino al fiorire di una pianta di talipot dal ginocchio del nostro ad emulare la malattia del suo eroe, la naturale evoluzione della fine della vita di Robert.
E di Arthur Rimbaud.
Téulè ci racconta questa storia, questo viaggio, in maniera da lasciarci intravedere il suo essere fumettista prima che scrittore. Disseminando tracce da seguire e rimandi da tenere a mente lungo tutta la narrazione, facendoci annusare, presagire l’evento dietro l’angolo,masenza mai lasciarci in bocca il sapore del già visto, dello scontato, del vecchio spacciato per nuovo. Questa freschezza però non lo rende immune da alcune incongruenze che incontriamo lungo il racconto. Incongruenze che nulla tolgono alla qualità della sua scrittura. E così, con questo stile sincopato, saremo capaci perfino di innamorarci del biancospino omicida che sarà il protagonista, sicuramente non a sua insaputa, dell’ultimo lievissimo quadro dipinto da Téulè in conclusione di questa storia per niente scontata.
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